Ora arriva anche un saggio piuttosto ponderoso, ad opera
di Alessandro del Lago e Serena Giordano, che riconosce la
soverchia preponderanza degli aspetti negoziali dell’arte,
che è come dire le sue dinamiche di mercato, su quelli
legati ai processi di significazione, quelli cioè che
conferiscono la patente artistica all’opera.
La cosa non è nuova, naturalmente. Storicamente l’arte
moderna, a partire dagli Impressionisti, nasce insieme al
mercato, nel senso che le strutture negoziali – circuitali,
come dicono Del Lago e la Giordano, o sistemiche, come si
usa dire in ambito accademico- si sviluppano proprio per vendere
i Moderni. L’arte moderna è insomma una creazione
di mercanti illustri e potenti come Durand Ruel, Kahweiler,
Vollard, Rosenberg e, per venire più vicini a noi,
Castelli. Senza questi signori, senza la loro sagacia, il
loro fiuto, il loro potere, il più degli artisti del
Novecento sarebbero rimasti senza lavoro.
Quindi, il demone della mercificazione è innato, nell’arte
del XX secolo. Gli attuali estremi del fenomeno – i giochini
denunciati da Echaurren, per intenderci – sono le conseguenze
della sua ipertrofia di sistema, o, come usano dire altri,
della sua autoreferenzialità. E non c’è
da stupirsene, tutti i sistemi funzionano in questo modo:
oltre una certa soglia, essi invertono le loro proprietà
e si occupano più della propria riproduzione che non
di corrispondere a finalità virtuose. In questo, il
mondo dell’arte non fa che riflettere il resto del mondo,
con buona pace di chi crede che l’attuale sistema funzioni
anche come meccanismo di selezione qualitativa.
In realtà, nel sistema vige un pressoché totale
agnosticismo, nel senso che vi si parla di – e vi si
negozia, soprattutto - arte senza mai porre la questione della
sua esistenza. Ciò che i critici, ma non solo loro,
ci ammanniscono sono spesso sofismi intorno a qualcosa chiamata
arte, ma non ci dicono perché quel qualcosa è
effettivamente arte. Per dirla in altri termini, non ci si
preoccupa più se una cosa è arte, ma se fa arte.
Così il fa arte è quello che abbiamo al posto
dell’arte, vale a dire un surrogato al posto dell’opera,
un ersatz, insomma. E questo va benissimo in una società
come la nostra, dove regna l’inautenticità, la
banalità, l’esperienza vicaria, mediata, impersonale.
Nella quale, in fondo, va benissimo che circoli tutta questa
“arte in più”, perché essa è
e rimane sostanzialmente ininfluente, tanto è vero
che non sposta di un millimetro i rapporti di forza di un
mondo dominato dalla mercificazione, dalla sopraffazione e
dal degrado.
Bibliografia
-· Jean Baudrillard, La sparizione dell’arte,
Politi, 1988
-· Antoine Compagnon, I cinque paradossi della modernità,
Il Mulino, 1993
-· Michael C. Fitzgerald, Making Modernism: Picasso
and the Creation of the Market for Twentieth Century Art,
University of California Press, 1996
-· Robert Jensen, Marketing Nodernism in Fin der Siecle
Europe, Princeton University Press, 1996
-· Enrico Baj, Paul Virilio, Discorso sull’orrore
dell’arte, Eleuthera, 2002
Nella foto, ""Chico con pipa" di Pablo
Picasso, battuto all'asta da Sotheby's per la cifra record
di 104 milioni di dollari.
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